Lo
strumento peculiare della Lidap è il gruppo d'auto-aiuto: un gruppo,
cioè, tra persone che hanno in comune lo stesso problema e che, nel confronto
orizzontale con gli altri, sperimentano momenti di condivisione, di solidarietà
e di crescita. All'interno del gruppo, ogni persona, che inizialmente
si percepisce spesso solo come bisognosa d'aiuto, può sperimentare d'essere
persona in grado di dare aiuto; da soggetto passivo, quindi, diviene
soggetto attivo, verso se stesso e verso gli altri. La caratteristica
fondamentale del gruppo d'auto-aiuto, come già sottolineato, è l'essere
un contesto orizzontale tra pari: l'assenza della guida di un conduttore
professionista, permette a ciascun membro di non poter delegare all'esperto
la responsabilità del proprio percorso e, dunque, la responsabilità complessiva
di sé. E' prevista tuttavia, una figura facilitante: l'helper. Si tratta
di un membro del gruppo, con un percorso di terapia significativo alle
spalle, che ha seguito una specifica formazione, finalizzata a fornirgli
gli strumenti di gestione della comunicazione, e che ha solo la funzione
del facilitatore della comunicazione stessa. Con questo patrimonio conoscitivo
ed esperienziale ed essendo, in più, portatore dello stesso problema
degli altri, l'helper può permettersi di portare, all'interno del gruppo,
il proprio vissuto emotivo e di utilizzare l'esperienza gruppale per
la sua personale crescita.
Nel nostro percorso associativo, la funzione
dell'helper ha subito un'evoluzione; si è passati dalla tendenza iniziale,
spontanea e rischiosa, ad essere conduttore di gruppo, seppur non professionista,
a quella di mantenere semplicemente il ruolo del facilitatore, spostando
così il carico di responsabilità e di lavoro sul gruppo, anziché sul
conduttore.
Si è abbracciata cioè l'idea di formare una figura sempre
più distante dal modello responsabilizzato dalle risposte da dare, e
sempre più lontano da un possibile e temibile scimmiottamento della conduzione
di un gruppo terapeutico.
L'idea è quella di andare, in futuro, verso
una conduzione circolare ripartita tra tutti i membri.
Ogni gruppo Lidap
parte quindi dalla condivisione di un problema comune: il disturbo da
attacchi di panico.
La guarigione, intesa dai più, nel momento dell'ingresso
al gruppo, come il superamento del sintomo, acquisisce poi, proprio grazie
al gruppo, nuovi significati; infatti l'accento si pone, durante il percorso
collettivo, sul riconoscimento e sull'espressione delle emozioni, sul
sentire, sull'accrescere la capacità e la possibilità di gestione della
relazione con l'altro.
Riteniamo un buon risultato dell'auto-aiuto, il
riuscire ad operare un cambiamento nel modo di percepirci e di percepire
l'altro, il conquistare una maggior fluidità nella relazione, l'acquisire
minor rigidità, al fine di accettare errori e limiti, propri e dell'altro.
Riteniamo
un buon risultato il poter esplorare e riconoscere le emozioni, il poter
dare un nome alla sofferenza che, fino all'ingresso nel gruppo, era individuata
solo come sintomo: panico od agorafobia.
Andando per sintesi, dalla nostra
esperienza, possiamo affermare che i bisogni di chi, con l'attacco di
panico, si avvicina alla nostra associazione sono:
essere visti
essere riconosciuti
essere rassicurati
essere informati
essere contenuti
Sempre andando per sintesi il gruppo di auto-aiuto offre:
accoglienza,
solidarietà, incoraggiamento, sostegno
In questa prima fase, l'essere ascoltati (ascolto ricevuto)
è la risposta, l'unica risposta, che si cerca; ed è ciò su cui si fonda
la base sicura, che consente di passare ad una dimensione comprensiva
anche dell'ascolto attivo.
empatia, affettività, confronto
Nella seconda fase, l'ascolto è divenuto attivo: l'altro
è specchio di sé e in esso si ritrovano parti significative del proprio
essere, della propria modalità di essere. All'altro si concede l'ascolto,
nella misura in cui lo si richiede per sé: orizzontale, reciproco, non
giudicante, privo di pregiudizi. E sano.
A differenza di un setting di
terapia individuale o di terapia di gruppo, la democraticità del contesto
di auto-aiuto ed il mettersi in gioco apertamente da parte di tutti i
membri, consente a ciascuno di ascoltare in modo attivo e di poter rispondere,
secondo modalità che via via si diversificano da quelle tipiche della
propria vita fuori dal gruppo.
avanzamento nella consapevolezza,
cambiamento
Il passaggio alla seconda fase accompagna, di conseguenza,
la terza fase: quella dell'acquisizione di una consapevolezza maggiore
e meno rigida di sé e dell'altro, e di conseguenza segna un cambiamento,
che poi coincide con il maggior senso d'autoefficacia, benessere, capacità
di trovare soluzioni ai propri problemi.
Come avviene ciò?
Come si è visto, fondamentalmente attraverso la relazione
d'ascolto e risposta, o meglio l'evoluzione in tre tappe, della relazione
di ascolto e risposta.
Una delle regole principali che il gruppo d'auto-aiuto
si dà, dunque, è quella della sospensione del giudizio, del pregiudizio
e dell'unico modello mentale, a favore della molteplicità dei punti di
vista possibili.
Tale sospensione, oltre ad incoraggiare la libertà d'espressione
e a facilitare il superamento della vergogna, (quasi sempre presente
nel vissuto del Disturbo d'Attacco di Panico), crea le condizioni per
l'accettazione dell'altro e, di riflesso, per l'accettazione di se stessi.
L'auto-aiuto
coincide dunque con la possibilità reciproca di scoprirsi e con la possibilità
reciproca di accettarsi.
Questo è un punto di fondamentale importanza
nel susseguirsi delle tappe, che creano i cambiamenti auspicati da qualunque
percorso d'auto-aiuto.
A maggior ragione nel caso del D.A.P., visto che
lo scollamento tra l'immagine di se stessi reale o realistica (quella
che si presume possa apparire agli occhi degli altri), e quella ideale
a cui si vorrebbe aderire, è un punto fermo dell'eziologia di questa
sindrome.
Non riteniamo che possa spettare a noi (anche se ovviamente
non possiamo trascurare l'approccio scientifico al problema) definire
quelle caratteristiche costanti, identificate in 14 anni di vita associativa
e d'auto-aiuto, e presenti in chi è o è stato colpito dal disturbo (vissuto
abbandonico, disturbo dell'affettività e dell'attaccamento ecc.), perché
ciò che invece è altamente significativo, è che ognuno, senza dover aderire
a delle verità presistemiche, può scoprire e vivere la propria verità;
partiamo, cioè, dal presupposto che ognuno ha una sua risposta dentro,
che non è applicabile a tutti gli altri.
L'impostazione di massimo ascolto,
agli altri e a se stessi, permette proprio questo: l'individuazione,
il riconoscimento, l'accettazione della propria identità. E non è poca
cosa.
Gli obiettivi e i risultati sono spesso gli stessi ottenuti da una
terapia individuale riuscita; ed è, tra l'altro, auspicabile l'integrazione
tra questi due percorsi (naturalmente solo quando lo psicoterapeuta non
lo viva come incompatibile).
In più, i gruppi d'auto-aiuto sono fruibili
e accessibili, sia per i costi, che per l'abbattimento di parecchi limiti
culturali, a molte più persone, pur sapendo non essere adeguati per la
totalità.
A questo proposito, nell'associazione ci stiamo chiedendo se
sia necessario individuare, alla luce dell'esperienza fin qui raccolta,
altri strumenti d'auto aiuto, oltre e a fianco di quella del gruppo d'autocoscienza
e di condivisione, qualora anch'essa non sia fruibile nella sua significatività,
da tutte le persone che si rivolgono all'associazione; pur ritenendo
quindi il gruppo di self-help (auto-aiuto) come fondamentale e irrinunciabile
nella nostra esperienza, ne stiamo esaminando anche eventuali aspetti
elitari.
E non possiamo trascurare il continuo cambiamento e l'evoluzione,
frutto della consapevolezza dei rischi e limiti del nostro strumento.